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14 Novembre

Effetti della rivalutazione dei beni prevista dalla Legge di stabilità 2014

di il 14/11/2013

In un precedente intervento, si è analizzato l’ambito di applicazione della rivalutazione dei beni d’impresa prevista dall’art. 6, co. da 8 a 15, del disegno di legge si stabilità 2014. In questa seconda parte, ci si occupa degli effetti che derivano dalla rivalutazione operata nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2013. In primo luogo, va evidenziato che, al pari di quanto stabilito in occasione di precedenti rivalutazioni, anche la disposizione in esame prevede che gli effetti fiscali derivanti dalla rivalutazione dei beni non sono immediati, bensì differiti al terzo periodo d’imposta successivo a quello con riferimento al quale la rivalutazione è stata eseguita. In buona sostanza, considerando che, come detto, la rivalutazione avviene nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2013, i maggiori valori assumeranno rilevanza fiscale nel periodo d’imposta 2016, sia per quanto riguarda i maggiori ammortamenti, ed il calcolo del relativo plafond per la deduzione delle spese di manutenzione, sia per le minori plusvalenze in caso di alienazione dei beni.
Come già anticipato nel precedente intervento, a fronte della rivalutazione dei beni viene iscritta una riserva in sospensione d’imposta, la cui distribuzione, comportando la tassazione sia in capo alla società che ai soci, determina un anticipato riconoscimento del maggior valore rivalutato dei beni ai fini fiscali. Allo stesso modo, l’eventuale alienazione dei beni rivalutati prima del riconoscimento fiscale della rivalutazione (e quindi prima del 2016), determina l’insorgere di plusvalenze o minusvalenze avendo riguardo al costo fiscale dei beni prima della rivalutazione, con riconoscimento di un credito d’imposta alla società pari all’imposta sostitutiva pagata, e contestuale liberazione della riserva per la quota parte riferita ai beni alienati, con conseguente eliminazione del vincolo di sospensione d’imposta e riallocazione della stessa tra le riserve di utili.
Secondo quanto previsto dal co. 10 dell’art. 6 del ddl di stabilità, è offerta la possibilità di effettuare, contemporaneamente alla rivalutazione, l’affrancamento del saldo attivo, mediante pagamento di un’imposta sostituiva del 10%, che consente di ottenere lo “svincolo” della riserva di rivalutazione in capo alla società, ferma restando la tassazione in capo ai soci all’atto della distribuzione se trattasi di società di capitali. Relativamente alla base imponibile dell’affrancamento della riserva, è opportuno rammentare che con la C.M. 12.6.2006, n. 23/E, l’Agenzia ha ritenuto che l’importo da affrancare è al lordo dell’imposta sostituiva versata, anche se la stessa è stata portata a riduzione della riserva all’atto della rivalutazione. In tale sede, l’Amministrazione finanziaria ha altresì precisato che l’affrancamento della riserva non produce altri effetti rispetto a quelli descritti, ed in particolare mantiene inalterato il costo fiscale dei beni oggetto di rivalutazione fino al decorrere del triennio previsto.
Da quanto analizzato, appare evidente che la scelta delle imprese di procedere alla rivalutazione dei beni nel contesto economico e finanziario che le stesse stanno attraversando sembra discutibile, e ciò per diversi motivi, il primo dei quali riguarda la misura dell’imposta sostitutiva (16% per i beni ammortizzabili e 12% negli altri casi), che appare alquanto elevata, tenendo conto che nell’ambito delle operazioni di riorganizzazione aziendale (conferimenti, fusioni e scissioni), l’affrancamento dei maggiori valori emersi avviene con il pagamento di un’imposta del 12% (almeno fino a 5 milioni di euro di disallineamento). In secondo luogo, per le partecipazioni di controllo e collegamento, iscritte tra le immobilizzazioni finanziarie, la rivalutazione appare poco conveniente, considerando che in molti casi tali assests godono del regime di esenzione di cui all’art. 87 del TUIR. Qualche convenienza, da verificare tuttavia nello specifico caso concreto, potrebbe ravvisarsi nelle partecipazioni in società immobiliari, per le quali il requisito della commercialità, di cui all’art. 97, lett. d), del TUIR, non sempre è ravvisabile.



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